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Pensieri sparsi...

Preferisco l'umorismo alla politica,mi pare piu' giusto ridicolizzare cose serie che spacciare per serie cose ridicole. (G. Monduzzi)

Le cose serie vanno affrontate con leggerezza. Quelle di poco conto con serietà. ("Hagakure", il codice segreto del samurai)

Io parto per strappare una stella al cielo e poi,per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore. (Kipling)

Omnem crede diem tibi diluxisse supremum (Fa' conto che ogni giorno sia stato l'ultimo a splendere per te )

Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l'imbecille, mentre il contrario è del tutto impossibile. (Woody Allen)

Se pensi a una cosa alle tre del mattino e poi ci ripensi l’indomani a mezzogiorno, arrivi a conclusioni diverse. (Snoopy)

Satira: E' l'umorismo quando perde la pazienza. (G. Mosca)

Umorismo: e' il sorriso dell'intelligenza. (E. Ionesco)

L'umorismo e' un modo di scrostare i grandi sentimenti della loro idiozia.(R.Queneau)

E' difficile far ridere al giorno d'oggi. E' molto più facile far piangere, basta una cipolla. (C.Marchi)

Chi sa ridere è padrone del mondo (G. Leopardi)

La fantasia è più importante della conoscenza. (A. Einstain)

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9 settembre 2006

Dietro la Maschera

"Date all’uomo una maschera e lui vi dirà la verità!". Parola di Oscar Wilde, arguto e acuto osservatore della società. La maschera nasconde e al tempo stesso rivela sin dall’antichità. L’uso della maschera risale alla preistoria, nella gotta dei Deux Frères, in un dipinto del Cenozoico, è rappresentato un cacciatore mascherato da capra. La maschera è stata usata in ambito sacro, magico e rituale, è l’immagine come condensato che esprimeva la realtà vera sottesa a quella comune.

Il culto di Dionisio, dio del Teatro e della maschera per antonomasia, riassume il nesso tra maschera e rivelazione divina. La maschera pone in relazione con l’aldilà e la morte. Nella leggenda di Perseo e Medusa l’eroe la ucciderà nascosto da un cappuccio che lo rende invisibile, una sorta di maschera mortuaria. Si nasconde alla morte e l’inganna non guardandola in faccia. Elude cioè il contatto con l’aldilà di cui la maschera è tramite e passaggio.

Nel teatro greco attraverso la maschera tragica sono gli dei a far parlare gli eroi. Il sarcofago egizio stesso è una maschera. Le maschere micenee in lamina d’oro servivano per dare identità, perché non si perdessero nell’oscurità dell’oltretomba. La maschera è presente anche nelle rappresentazioni del teatro cinese e giapponese. Gli sciamani delle tribù indiane indossavano una maschera durante le cerimonie. I colori dei guerrieri erano maschere dipinte sul viso. Giudici e boia nascondevano la propria faccia con maschere o cappucci, nascondevano il volto umano e divenivano il mezzo per l’esecuzione della giustizia, il valore universale del giudizio.

Nella nostra commedia dell’arte Arlecchino è la maschera più famosa. Pare che il nome derivi da un demone ctinio. Alichino è anche il nome di un personaggio dantesco dell’inferno, capo di una schiatta diabolica. Ogni città ha la sua maschera, dal napoletano Pulcinella, al dotto Balanzone di Bologna, ne rappresentano vizi e virtù. 

Il carnevale moderno risale al medioevo. Festa dove l’ordine sociale è sovvertito, si scambiano i ruoli e si nasconde l’identità dietro la maschera. È la volontà di smettere di essere se stessi per assumere altre identità e sembianze. Zorro che attraverso la mascherina nera si trasforma da gaudente in giustiziere, in vendicatore mascherato, svela la sua vera natura di Robin Hood. Anche l’arte moderna ha celebrato la maschera, l’esempio più famoso è “L’urlo” di Munch a cui è ispirata la maschera di Scream.

Oggi sono il fumetto e il cinema che hanno elevato la maschera a businnes. Nella letteratura l’antenato illustre delle moderne interpretazioni della maschera è “Il fantasma dell’opera” di Leroux, diventato musical e anche film. Il filone Horror ha sfruttato la maschera, film come Hallowen di Carpenter, ha avuto sette sequel. Ne “L’occhio che uccide” la  maschera terrificante è la paura, è il viso della vittima stessa che diventa maschera, prima di morire vede riflessa se stessa e non il volto del suo assassino. L’ultimo in ordine tempo è “V for vendetta”, il viso del protagonista è sempre nascosto dietro la maschera.

Nel fumetto la maschera è spesso sinonimo di supereroe anche se assolve molteplici funzioni, da Spawn che la usa per nascondere il corpo sfigurato a Phantom, figura svincolata dalla persona che sta dietro la maschera, grazie ad essa si tramandano il ruolo di padre in figlio. Diabolik è l’inossidabile e longevo re della maschera, è l’idea vincente del suo successo. Malgrado il suo viso sia noto, indossa una maschera nera ed è chiaro che farà un colpo. Superman addirittura cela la sua identità segreta dietro un paio di occhiali. Il mite Clark Kent diventa il supereroe irriconoscibile.

Internet è, a modo suo, una maschera virtuale dove spesso gli internauti interpretano altri ruoli e diventano ciò che non sono. Anche il blog è una sorta di maschera dove il blogger mette una maschera e rivela le sue verità che nella realtà non sempre può svelare. I politici sono oggi coloro che usano la maschera per celare non rivelare, indossano l’interpretazione degli avvenimenti. Si accreditano a sagge guide, nocchieri capaci e saldi. Quando l’autocontrollo vien meno cade la maschera e spesso l’ira prorompe e mostra la realtà con esiti spettacolari, spesso comici. Ad ognuno la sua maschera quindi.

 

 

 

 

 




permalink | inviato da il 9/9/2006 alle 11:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

17 agosto 2006

Cronache Zanzare

Oggi niente politica. Non amo molto parlare di cose personali, mi viene difficile, in questo caso poi il pericolo di scivolare nell’autocommiserazione è alto. Esercizio che non si addice al mio modo di essere, capita a tutti di cadere ma cercare di rialzarsi e riprendere è l’unica soluzione. Ci sono momenti in cui la tristezza  prende il sopravvento, avvolge tutto, ma la volontà di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno è più forte dello sconforto anche se oggi è davvero tanto difficile. Troppo. Il fondo tutti siamo fragili di fronte a ciò che ci assale all’improvviso mettendo in discussione le nostre certezze. Trovarsi improvvisamente di fronte a qualcosa di inaspettato e doverci fare i conti non è  facile. Come scrisse Quasimodo nella sua poesia più bella “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio  di sole: ed è subito sera”                                                                                                                   
Ma non voglio indulgere troppo su di me ma rendere omaggio a qualcosa di raro e prezioso che mi è stato regalato. Il blog è rimasto fermo al 3 agosto. Poche ore dopo aver messo online il post sono stata male, abbastanza seriamente. Il malore mi ha portato a fare una tour in ambulanza, che non ho  granché apprezzato. Poi Tac urgente che ha evidenziato una piccola macchia scura alla testa. Ricovero immediato, altri esami che hanno reso necessario un intervento al cervello. Conseguente apertura e osservazione diretta del Centro di Produzione Cazzate della Zanzara. In tutto questo comprensibile tsunami emotivo ho scoperto di avere amici davvero straordinari. Già incontrarne uno è una fortuna che non capita a tutti. Io sono una privilegiata, ne ho avuti molto di più.

Inyqua, supporto prezioso. Essendo la persona eccezionale che è ha fatto molto di più. Ha chiesto e ottenuto di assistermi in sala operatoria. Oltre che carissima amica è anche neurochirurgo, si è messa in contatto con il collega, suo, che opera e ha acconsentito. Inyqua sarà l’unica depositaria dell’eterogeneo e misterioso caos contenuto nella cervice mia. Spero che tal vista non le farà declamare il famoso “Ho visto cose che voi umani non potete immaginare”.

Cruman, una persona straordinaria, di grande sensibilità, un amico vero, prezioso, un grande, che mi ha confortato con infinite telefonate, mi è subito venuto a trovare in ospedale. Non mi ha lasciato sola un momento. Mi è sempre vicino, anche adesso è qui per darmi forza e me dà davvero tanta, mi ha persino dedicato uno dei suoi straordinari post. Da tenere tra le cose preziose, quelle davvero importanti.

Perla,un supporto psicologico davvero prezioso, un’amica dolcissima. Ore passate a parlare di massimi sistemi e minime sciocchezze, con tanta tenerezza. E poi Zag, che mi ha fatto compagnia ogni giorno con le sue surreali cronache saleritane, l’unico comunista così tenero che si taglia con un grissino. DawBisquì, Giuliano, Squitto ed EmileCantor e poi tutti quelli che si son tenuti informati tramite Inyqua. Non so davvero che ho fatto per meritarmi tanto. Senza il vostro aiuto sarebbe stata davvero molto più dura, avete riempito le mie giornate, mi avete tenuto metaforicamente la mano dandomi forza. Che posso dire, grazie, vi voglio bene. In genere non piango mai, però tutto questo affetto che ho sentito qualche furtiva lacrima se l’è meritata. In piena orgia ferragostana tanti son riusciti a trovare il tempo per pensare a me. Non è  davvero poco.

C’è chi pensa che noi internauti in fondo siamo solo terminali, macchine che si possono spegnere o accendere secondo necessità. La bella storia di amicizia e affetto che ho raccontato parla una lingua diversa. Non è il mezzo ad essere disumanizzante ma chi ci sta dietro. Il fattore umano è sempre predominante, nessuna macchina, per quanto perfetta potrà mai sostituirlo.

Questa piccola macchia mi ha dato problemi anche per l’uso del computer, vertigini ed affini, quindi i primi giorni non ho potuto scrivere e anche leggere mi dava disturbo, perciò il telefono, come nella famosa pubblicità è stato davvero fondamentale e importante.

Particolare moderatamente marginale, i miei capelli ora hanno in delizioso taglio alla soldato Jane, di cui avrei fatto decisamente a meno. Come estemporanea corona simil-botticcelliana ho avuto un bel navigatore per localizzare il piccolo bastardo che ho in testa. Siccome non sono Sansone ho altre risorse che mi danno forza. Sono quelli che mi vogliono bene e me l’hanno dimostrato.

Ho pensato molto, tutta questa notte, se scrivere o meno questo post sul momento  più difficile che mi tocca affrontare. Ho deciso di farlo. Tra poche ore entro in sala operatoria, poi ci saranno 48 ore di sala rianimazione. Altre certezze non ne ho. Spero di tornare presto ma non dipende da me. A chi leggerà chiedo di dedicarmi un pensiero positivo.  Poi quen sabe.

 

 

 

 




permalink | inviato da il 17/8/2006 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (46) | Versione per la stampa

25 luglio 2006

Marrakech

Silvio Berlusconi ha scelto Marrakeck per festeggiare il compleanno della moglie, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere un grande. Essendoci stata da poco racconto una città che è davvero magica. Narra la leggenda che un tempo il mondo era coperto di lussureggianti giardini, palmeti ombrosi e ruscelli d’acqua fresca. Un paradiso che però non poteva durare, gli uomini  litigavano in continuazione e Allah per punirli cominciò a gettare un granello di sabbia per ogni bugia pronunciata. Così nacque il deserto del Sahara. Un solo posto rimase verde e fiorito. In quel luogo fu fondata Marrakeck.

È stata definita “Porta del deserto” è stata persino chiamata “Venezia delle sabbie”. Circondata da un bellissimo palmeto, ora vittima di speculazioni edilizie, ma ancora ricco di vegetazione, Marrakech è definita anche la città rossa per il colore delle costruzioni. Come tutte le città marocchine è divisa in due parti, la Medina con i souk e i palazzi dei sultani e il Gueliz, la città moderna costruita dai francesi all’epoca coloniale.

Il cuore della città è la piazza Jemaa el Fna, letteralmente “Adunanza dei morti” perché qui venivano compiute le esecuzioni capitali ed esposte al pubblico le teste tagliate. Architettonicamente non è una bella piazza, non ci sono edifici maestosi o monumenti, la Torre Koutobia, il minareto della moschea,  è poco distante ma non dà direttamente sulla piazza. Il suo fascino, che ti prende volente o nolente sta nell’atmosfera unica che si respira.

Qui pulsa il cuore della città. Non è mai uguale a se stessa, ogni ora del giorno regala uno spettacolo con personaggi diversi. L’alba ci sono gli ambulanti con le bancarelle montate tutt’intorno, che vendono succo d’arancia, una cornice dai caldi colori solari. Poi ogni genere di venditori la animano per tutto il giorno. Si possono trovare ogni genere di servizi, dai lustrascarpe al cavadenti, agli stregoni o sedicenti tali che mettono o tolgono il malocchio secondo necessità.  Venditori d’acqua e persino scrivani per gli analfabeti che devono spedire una lettera.

Intorno alle 5 del pomeriggio si anima di spettacoli estemporanei, improbabili Hommes Bleu che danzano al ritmo dei tamburi, incantatori di serpenti che li noleggiano per la foto di rito e ti ritrovi con un bell’esemplare viscido a mo di collana. Incantatori di asini e cantastorie che alla luce incerta dei lampade a petrolio raccontano mimando storie della tradizione popolare, anche chi non comprende la lingua rimane affascinato dalla mimica del racconto.

Al tramonto arrivano i venditori di cibo che montano ristoranti ambulanti, pentoloni di Harira, una zuppa con carne e legumi secchi e collane di salsicce arrosto riempiono l’aria di profumi. Arrivano anche le indovine e i venditori di hascish. Uno spettacolo straordinario che si può ammirare mischiandosi alla folla o guardare dalle terrazze dei caffè che circondano la piazza.

Sulla piazza si affaccia anche l’entrata del souk , un intricato labirinto animato giorno e notte. Ogni souk è dedicato ad una particolare attività. C’è il souk degli artigiani del rame, quelli delle babouches, le calzature in pelle di cammello. Sulle vie principali si aprono le kissaria, le gallerie di negozi dai soffitti in legno che vendono merci occidentali. Il souk è un caleidoscopio dove perdersi con immenso piacere. Da comperare la mano di Farima, un portafortuna onnicomprensivo.
Alle rovine del palazzo di Dar el Beida si tiene il festival degli artisti di piazza.  Fatto costruire dal Sultano Al Monsour, il destino del palazzo fu profetizzato dal giullare di corte che quando lo vide disse che sarebbe diventato una splendida rovina. Come in effetti è.
Nell’affascinante e maestoso palazzo Dar el Makhzen furono girati famosi film rimasti nell’immaginario collettivo come “Alì Babà e i 40 ladroni”, “Il leone del deserto” e “Casablanca, Casablanca”. Cortili fioriti in stile andaluso, porte e soffitti intarsiati in legno di cedro. Molto mille e una notte. Appena fuori, in stridente contrasto c’è la Mellah, il quartiere ebraico risalente alla metà del ‘500. Un quartiere poverissimo tutt’ora abitato da famiglie ebree. Miseria e splendore convivono fianco a fianco. I monti dell’Atlante fanno da cornice alla città.


                                




permalink | inviato da il 25/7/2006 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa

19 luglio 2006

Appunti di Viaggio…2

Il deserto è uno spazio surreale. La parola evoca il nulla, deserto quindi come negazione o spazio vuoto. Non è così, è invece vario, sorprendente, mai uguale e ti prende l'anima. Questa è stata la mia terza volta ma il suo fascino è rimasto intatto.

Il deserto innanzitutto è ricerca di se stessi. È silenzio per ascoltarsi. È leggersi dentro è cercare di capirsi, avere consapevolezza, avere conoscenza. Una condizione fisica estrema che aiuta a prendere coscienza dei propri limiti. È  l’aria torrida che toglie il respiro, soffia dall’interno, dalle enormi distese di sabbia che sembrano stendersi all’infinito. È  la siccità della terra che si spacca. È il corso degli Ouadi, i letti dei fiumi asciutti per la maggior parte dell’anno. È l’Hammada, il deserto di pietre nere dove spuntano radi ciuffi d’erba secca, cactus o qualche albero solitario.

È basse colline modellate dal vento caldo che sembrano vicinissime nell’aria tersa e secca e invece sono lontanissime. È  fatto di nere cime merlettate e profondi canyon. È pietraie color rosso ocra interrotte da oasi di palme da cui spuntano i Ksour, i maestosi castelli di sabbia, villaggi fortificati decorati con eleganti trafori fatti di fango impastato con paglia e pisè, i tronchi di palma sezionati. Costruzioni fragilissime che difficilmente resistono agli elementi naturali. Il sole impietoso che li cuoce sino a spaccarli o le rarissime piogge torrenziali che li sciolgono come castelli di sabbia. E sempre vengono ricostruiti, almeno quelli ancora abitati.

Il deserto è strade che diventano piste e piste che diventano lunghi, stretti nastri d’asfalto in mezzo al niente. 50, 80 km senza incontrare anima viva, solo qualche branco di dromedari o asini selvatici che riposano all’ombra degli alberi solitari o nei pressi dei pozzi che si trovano vicino alle piste. È il silenzio assoluto, si sente solo il sibilo del vento.

È un villaggio che spunta dal niente in mezzo al niente, sul quale domina pomposa, con tanto di segnaletica adeguata, l’abitazione di Messieur le Gouvernateur. Ogni villaggio ha una porta d’entrata, a Tam Tam, cittadina sahariana con più militari che abitanti, sono due enormi dromedari bianchi a dare il benvenuto. È improvvisi mulinelli, piccoli vortici di sabbia che si formano improvvisamente e si spostano velocissimi. È tempeste di sabbia che rendono l’aria gialla, il vento si alza fortissimo e avvolge tutto in un turbine di sabbia che s’insinua ovunque, e ti sembra di essere tu stesso sabbia.

Il deserto è il Riad, fatto di dune dorate che il vento sposta e plasma continuamente, con i granelli che scricchiolano e zigrinano formando onde. È la luce che cambia a seconda dell’ora. Rosa pallido all’alba, le dune sono di un ocra intenso, poi cambiano e scintillano sotto il calore del sole che abbaglia tutto con la sua luce accecante. Le dune che splendono nel silenzio assoluto sotto la luna hanno davvero qualcosa di magico.

Il deserto è sempre uguale a se stesso ma sempre diverso, un quadro suggestivo che si prende una parte di te, che tu lo voglia o no. Il deserto non è  un vuoto, non è monotonia è un continuo divenire. È il fascino del Grande Mare di Sabbia che ti mette di fronte a te stesso. Insegna un aforisma Zen che tenendo le mani aperte, tutta la sabbia del deserto vi passerà. Chiudendole non otterremo che qualche granello di sabbia. Una metafora su cui riflettere.

Un saluto a tutti…sono sulla via di casa e da giovedì tornerò ad occuparmi del circo Barnum della nostra politica. Grazie a tutti quelli che sono passati a leggere anche mentre non c’ero.




permalink | inviato da il 19/7/2006 alle 8:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

7 luglio 2006

Islam e Amore

Esce in Francia un libro "Les 100 Noms de l’Amour" che raccoglie i 100 ideogrammi arabi che descrivono tutte le forme dell’Amore. Gli autori sono due arabi, un calligrafo che illustra l’idea dell’amore idealizzato e un intellettuale che racconta con orgoglio di aver reso, con questo libro, un omaggio alla cultura araba.

Mancano però quei riferimenti alla religione islamica che ha fatto della disuguaglianza tra i sessi l’essenza stessa della sua cultura sociale. Di romantico al di fuori del florilegio linguistico c’è ben poco. Sono tutte parole maschili e tutte si rifanno al Corano che è per l’islam direttamente la parola di Dio.

La seconda Sura recita testualmente "Le donne agiscono con i mariti come i mariti agiscono con loro, con gentilezza tuttavia gli uomini sono un gradino più in alto" Questa è la parola di Dio. La donna è dunque inferiore per definizione e come scritto nella quarta Sura è degna d’amore solo se devota e sottomessa, l’uomo deve punire la disobbedienza, deve batterla perché questo è il volere di Dio.

Bellissima la forma stilistica degli ideogrammi. Raffinati intrecci pieni di eleganti volute e colori. Il punto simboleggia la vita, la linea sinuosa è il tempo e la spirale è la luce. Il legame d’amore è simboleggiato da un ideogramma che rimanda a due corde intrecciate. L’amore intenso è una prigione a forma di punto interrogativo e l’amore travolgente è un insieme di volute, un labirinto dove facilmente si entra ma dal quale è impossibile uscire.

Molto suggestivo ma in queste definizioni mancano riferimenti ad altre forme d’amore che l’occidente prevede ma che nell’ Islam non sono permesse. Mancano le definizioni di amore diverso, perché sono parole che indicano un reato come l’amore omosessuale maschile, il femminile non esiste neppure come reato in quanto non è prevista. La donna non può neanche peccare ed essere condannata per un amore considerato reato per l’uomo.

Manca anche l’ideogramma che indica la fine dell’amore, il divorzio, non esiste il concetto dell’amore a tempo. L’uomo può ripudiare la donna, null’altro è premesso. Mancano riferimenti le fenomenologie dell’amore come la concubina, sorta di prostituta legalizzata. Mancano quelle parole che definiscono altre forme di amore considerati reato, quali l’adulterio, e la sua punizione, la lapidazione.

Mancano i riferimenti al velo che l’islam impone come malintesa forma d’amore, che deve proteggere dal peccato. Manca il burqa, il simbolo stesso della diversità e della sudditanza femminile. Manca anche la definizione di un amore, peraltro autorizzato dal Corano, su cui gli autori glissano. Quello dell’uomo che compra e lascia tutte le mogli che vuole.

Un libro insomma che non va oltre l’allegoria autocelebrativa. Pieno di rimandi a Dio, al sufismo e al mistico racconta un amore che non esiste se non nel segno elegante di parole che evocano suggestioni irreali. Racconta con arte raffinata una realtà che non c’è , perché il rapporto d’amore paritario e libero nell’islam non esiste. E’ una storia di dominio dell’uomo sulla donna. Molto ben disegnato e illustrato, ma null’altro che un velo elegante che copre e occulta una brutta realtà.

All'intenet café di Marrakech, stavo scaricando la posta quando s'é aprta la finestra di Skype con un messaggio di Jasemine per un distratto Omar che non aveva chiuso il collegamento. Tre messaggi. Potevo chiudere ma mi spiaceva e non ho voluto crearr problemi al distratto Omar o peggio far rimanere male Jasmine sbattendole il portale in faccia ( citazione dall'amica Perla). Non è mai cosa piacevole.
Dedico questo post,che era già pronto, alle Jasemine e agli Omar che tramite internt riscono ad eludere un rigido divieto imposto dalla società islamica.
Un saluto da Zagora.




permalink | inviato da il 7/7/2006 alle 22:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

27 maggio 2006

Rock. The musical revolution.

Il rock è per definizione la musica che ha rivoluzionato un’epoca. Come diceva Eraclito tutto muta come un rapido scorrere di  fiume tutto cambia continuamente e ogni cosa si trasforma in un'altra. Pánta rhêi, tutto è continuo divenire. Nel Rock tutta la cultura musicale, dalla Classica al Jazz al Blues al  Rhythm and blues, la variante nera urbana del blues, al Country hanno lasciato traccia e da queste tracce è nato un genere straordinario, una vera rivoluzione musicale.

Negli anni 50 un musicista di nome Bill Haley si inventa, mescolando Jazz e Rythm & Blues il Rock & Roll. “Rock Around The Clock” è il ritmo che si fa musica. Poi Chuck Berry con “Johnny B. Goode”. Poi  arrivano Elvis Presley con la romantica "Love Me Tender". I Beatles con “Yesterday” struggente e malinconica. Bob Dylan con “Blowin’ In The Wind“ che divenne l’inno del Movimento per i diritti civili americani, cantata davanti a Martin Luther King durante la marcia su Washington. Brano eterno e universale perché non contiene slogan o prese di posizioni politiche  etichettabili, ma solo la legittima richiesta di ogni uomo a sperare in una vita migliore.

È una musica che non piace a benpensanti  tradizionalisti ma non può essere fermata e diventa fenomeno di massa. L’album più venduto in assoluto è lo stratosferico “Back In Black” degli australiani AC/DC. È un capolavoro fondamentale per la storia dell'hard rock.  Le chitarre sono ossessive, il ritmo incalzante lascia senza fiato.

Al secondo posto un altro mitico, inossidabile album, "Dark Side Of The Moon" degli inimitabili Pink Floyd esponenti di spicco dello Space rock. Uno tra i tanti della produzione di classe del gruppo è “Time” un brano intenso, di assoluto lirismo, con un  evocativo assolo di Gilmour alla chitarra che trasmette sensazioni oniriche. È un viaggio attraverso il tempo. È  il trionfo della suggestione.

Dal Rock primordiale, alla fine degli anni ’60, nasce in Inghilterra il Progressive. Una musica che va oltre il Blues americano e assomma elementi provenienti da altre tradizioni musicali. In ordine sparso alcuni tra i miei brani preferiti.
I romantici Procol Harum  della stupenda “A whiter shade of pale” ripresa dall'”Aria sulla quarta corda” di Bach. Ai sognanti Emerson Lake & Palmer che incantano con  melodie ricercate e   brani lunghi spesso in forma di suite.

“Let's spend the night together” dei Rolling Stones. Un boogie incalzante dal testo scandaloso e trasgressivo. Quando uscì molte stazioni radio cancellarono la parola night. “Black Magic Woman” dei Santana. Un bluesaccio che nelle mani di Carlos Santana e della sua band diventa il manifesto del nuovo rock latino che loro stessi hanno inventato. “Stairway To Heaven” dei Led Zeppelin rock duro e riff chitarristici mozzafiato, è quella che meglio incarna il loro spirito.

Long Time Gone” del trio  Crosby Stills & Nash "L’ora più scura è proprio prima dell’alba". Ma arriverà l’alba?” Canzone scritta dopo l’assassinio di Bob Kennedy. Un rock-blues vigoroso, raccontato dalla tagliente chitarra di Stephen Stills e dalle  splendide armonie vocali del terzetto.

Smoke On The Water” dei Deep Purple. Probabilmente il riff di chitarra più suonato nella storia del rock. Straordinario come tutta la loro produzione. “Fireball” è in assoluto il mio pezzo preferito. Adrenalinico. È “Il ritmo”.“Hotel California” il canto del cigno degli Eagles racconta il lato scuro della California. Non quella solare e spensierata dei Beach Boys, ma un luogo che potrebbe essere il paradiso o l’inferno. Dove la gente "Può pagare il conto quando vuole ma non potrà mai andarsene". Hotel California è la fine del sogno.

Heroes” dell’androgino David Bowie. Brano che apparentemente, esalta le possibilità dell’essere umano a farsi "eroe" della propria vita, anche se per un giorno solo. L’attacco quasi confidenziale poi si sviluppa poi in modo drammatico fino all’esplosione finale  quasi operistica. “Paradise City” dei politicamente scorretti Guns n’ Roses È una delle canzoni, fine anni ’80, che riportò il rock selvaggio e politicamente scorretto in cima alle classifiche. Il testo evoca una città paradisiaca dove "L’erba è verde e le ragazze carine".

“Under The Bridge” degli Hot Chili Peppers. Ballata delicata e sensibile, è un esorcismo in musica che evoca non solo la morte per overdose del chitarrista del gruppo Hillel Slovak, ma tutta una generazione di musicisti schiavi dell’eroina.

Termino con una citazione del grande Frank Zappa, il mitico chitarrista freak, chiamato anche  lo stregone. “Informazione non è conoscenza. Conoscenza non è saggezza. Saggezza non è verità.  Verità non è bellezza. Bellezza non è amore. Amore non è musica. La musica è meglio”. Appunto.

Prodi, le tasse e l'alibi Europa. Leggete QUI

 




permalink | inviato da il 27/5/2006 alle 17:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

20 maggio 2006

Zenobia. La Regina Guerriera.

Zenobia regina di Palmira narra le leggenda fosse discendente diretta dell’affascinante Cleopatra. È colei che fece tremare Roma. È la donna che seduce per la sua bellezza e la sua bravura. È la guerriera coraggiosa che non volle sostituirsi al potere imperiale ma vincerlo con le armi. Rappresenta nell’immaginario collettivo una delle figure femminili più romantiche della storia antica.

È unanimemente considerata l'erede di tutte le grandi donne d'Oriente. L'ultima a consegnarsi alla leggenda dopo Didone e Semiramide. L'ultima a vagheggiare un Impero Siriano. Come Cleopatra diede al proprio paese un momento di gloria nell'età della decadenza. Entrambe grandi regine simili nel desiderio di scegliersi il proprio destino.

“Arringava la folla come un imperatore romano, elmo in testa, vestita con un mantello di porpora con le frange ornate di perle e fermato da una fibbia di conchiglia. Di carnagione scura, aveva gli occhi neri di una incredibile bellezza, lo sguardo vivo ed un portamento maestoso. I suoi denti erano bianchi come perle, la sua voce sonora e maschile.” Cosi è descritta Zenobia da Trebellio Pollione nell’Historiae Augustae.

Straordinariamente bella. Riservata e generosa. Amante del lusso reale. Severa in fatto di disciplina militare, guidava personalmente il suo esercito nelle battaglie. È avvezza alle fatiche come un uomo. Donna dalla grande personalità eclettica è anche  un’intellettuale che conosce più lingue. Appassionata di letteratura egiziana e cultura greca ospitò alla sua corte  filosofi e scienziati,  come il grande retore greco Longino e Paolo di Samosata. Di mentalità aperta favorì il confronto tra il cristianesimo nascente e il paganesimo.

Tadmor, più conosciuta col nome greco di Palmira, sorgeva nel deserto siriano all'incrocio delle vie commerciali che univano Oriente e Occidente, ed era lo snodo del traffico carovaniero, sosta obbligata per chi viaggiava tra il Mediterraneo e l' Oceano Indiano. Zenobia salì al trono dopo il 267 d.C., alla morte del marito Odenato al quale  si sostituì col consenso del popolo. Sapeva farsi rispettare e amare, possedeva quel misto di femminilità e androginia capace di conquistare uomini e terre.

Nel 270 conquista tutta la Siria, il Basso Egitto e punta al Bosforo. Sfida Roma coniando moneta nel 272 e proclama il figlio “Augusto”. L’imperatore Aureliano non tollera, la ritiene troppo pericolosa. Assedia la città e vince. Zenobia fugge verso oriente in dromedario, cerca rifugio presso i sassanidi, ma viene catturata. Secondo la Historiae Augustae l’imperatore la porta a Roma, la fa sfilare come prigioniera ma con catene d’oro ai polsi e la relega a Tivoli in splendido isolamento, rotto solo dalle frequenti visite di Aureliano stesso che ne diventa l’ amante.

La sua figura carismatica ispirò grandi artisti. Nel “Trionfo della fama” di Petrarca Zenobia appare per la prima volta nella letteratura umanista. Così la descrive “Bella era…col bel viso e co l'armata coma fece temer chi per natura sprezza: io parlo de l'imperio alto di Roma”. Quello che in Petrarca era solo un accenno, nel “De mulieribus claris” di Boccaccio diventa un ritratto a tutto tondo, in cui il poeta riprende numerosi tratti della "Historiae Augustae" e ne inventa altri, accentuando il carattere leggendario della biografia della regina.

Michelangelo nel 1525  la raffigura in un disegno con un sofisticato elmo in testa. Nel XVIII secolo ha  straordinario successo il volume di disegni di Wood e Dawkins “Le rovine di Palmira”  che ridanno fama alla leggenda di Zenobia. San Pietroburgo fu ribattezzata la Palmira del nord al tempo di Caterina la Grande che, per carattere veniva paragonata  a Zenobia. All’inizio dell’Ottocento Rossini crea il suo "Aureliano in Palmira" il cui libretto è però suggestiva invenzione. Nel 1959, epoca d’oro del genere  “Peplum” Zenobia torna alla ribalta col film “Nel segno di Roma”. La regina è interpretata da un’improbabile Anita Ekberg, mentre Aureliano è affidato a Gino Cervi.

Qui finisce la  storia di una donna straordinaria, emblema di un Oriente di sabbia ricco, colto e raffinato, che ebbe il coraggio di armarsi contro il potente Impero Romano. Portata prigioniera nella capitale dell’Impero per il trionfo, bellissima  in catene d’oro, con il suo fascino di amazzone colpì Roma e si fissò nelle pagine degli  storici dell’epoca.

Questo post è dedicato a Inyqua grande estimatrice di Zenobia  e  grande amica della Zanzara. 




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13 maggio 2006

Volver. Almodovar ritorna alle donne.

Volver. Tornare. Dopo il discusso “La mala educaciòn”, un film dai temi duri e scomodi, che fece scandalo per le tematiche affrontate,, ecco una pellicola, come la definisce lo stesso regista liberatoria, di pacificazione.

Il titolo, volver letteralmente significa tornare, è metafora del guardare al passato. Il film segna il ritorno alla commedia degli esordi mischiata agli elementi del dramma e del trhiller. Raimunda, la protagonista era personaggio  già comparso in “Il fiore del mio segreto”. Anche l’attrice Penelope Cruz rimanda ad un altro bellissimo film, l’indimenticabile e struggente “Tutto su mia madre” dove il tema della morte e le sue problematiche attraversa tutta la storia.  Ma il grande ritorno, dopo 17 anni,  è Carmen Maura, sua attrice prediletta, che fu protagonista dei suoi film  sino allo straordinario “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.

La Mancha, che fa da sfondo, è la scenografia  della sua infanzia, periodo dominato dalla figura materna, educatrice ed ispiratrice, simbolo dell’universo femminile a cui ha dedicato le sue pellicole migliori. Il nuovo film di Pedro Almodovar è una storia complessa che parla di vento, fantasmi e morte, dove le protagoniste sono tutte donne.  Gli uomini sono assenti o farabutti. Rappresentante emblematico della categoria è il marito di Raimunda, un fannullone alcolizzato.

Volver è un insieme di suggestioni che cambiano senza mai perdere atmosfera e armonia. Passa dal nero, al rosso sangue, all’assoluta, pura, comicità brillante. È la narrazione di un grande sentimento, universale e insieme salvifico. Esalta il profondo legame femminile come  nostalgia dolorosa dell’essere donna. È l’esaltazione della maternità,  è un inno alle donne, malinconico ma giocoso, surreale e straziante. È la vita che prevale sulla morte.  È la realtà quotidiana che mescola momenti sereni, amari e drammatici.  È la vita raccontata come unico bene davvero prezioso.

Ambientato nella solare regione centrale della Mancha, il film si apre con un’immagine emblematica che racchiude tutte le tematiche del film. Nel cimitero di un paesino un gruppo di donne che cerca di ripulire le lapidi lottando contro un vento che pare inarrestabile.  Un’anticipazione del taglio che il regista ha dato al racconto.

In Volver si mescolano sapientemente atmosfere noir e melò che si rifanno al “Romanzo di Mildred”, stemperate da richiami alla commedia piacevolmente di classe come “Arsenico e vecchi merletti” film gustosissimo con  l’inimitabile Cary Grant. Non manca neanche  l’azione un po’ sui generis, alla Indiana Jones. Uno dei protagonisti, che attraversa tutto il film, è il vento, l’elemento che porta scompiglio. E’ portatore di sconvolgimenti del reale, ma anche di follia, magia e mistero. È la forza invisibile e misteriosa che soffia tra le vie vuote del paese.

Nel film si confrontano e raccontano tre generazioni di donne. Raimunda, una moglie infelice ma combattiva, che non si arrende. Sole, sorella di Raimunda, parrucchiera abusiva e Irene, la madre di entrambe. Paula, la figlia adolescente di Raimunda è una  presenza quasi sempre silenziosa, una sorta di testimone del racconto.

La morte è la grande protagonista, il filo, la trama circolare che lega tutta la vicenda. Irene, che per tutti è morta da anni in un incendio, torna come fantasma per regolare i conti con il suo oscuro passato. Magia e mistero che si esplicano quando le tre donne, tornano alla natia Mancha per far visita alla vecchia zia Paula che parla della sorella come se fosse viva, e della quale qualcuno giura di aver visto il fantasma aggirarsi in paese. Faranno i conti con la morte non solo della zia ma anche con quella del marito di Raimunda. Dovranno affrontare  i drammi e i misteri irrisolti del passato.

Almodovar ha sempre usato il colore, forte e intenso, come elemento dominante dei suoi film. In “Volver”, nonostante le robuste pennellate di rosso, le tinte sono più spente. La luce dominante è quella accecante della Macha ma filtrata da persiane e cortine per creare un’atmosfera ombrosa e misteriosa, che solo raramente diventa brillante.

Straordinaria l’interpretazione che Estrella Morente, cantante di flamenco, dà del famoso tango “Volver”. Nel film è presente anche un richiamo-omaggio  al Neorealismo italiano e, come dichiara lo stesso regista, alle tante casalinghe protagoniste di quel genere cinematografico. I capelli, il trucco e l’andatura della solare Penelope Cruz, sono ispirati alla Loren e alla Magnani degli esordi. Donne simbolo della maternità e della forza d’animo, incarnazione dell’onnipotenza femminile. Ha quindi aggiunto un po’ di “spessore” alla Cruz, nello specifico un falso culo. Secondo il simpatico Pedro il suo personaggio era inconcepibile senza un’anatomia posteriore ben evidenziata, il simbolo tangibile dell’ottimismo e della generosità popolare, della donna legata alla terra che ne condiziona anche il modo di camminare.

Un film senz’altro da vedere, un piacevole ritorno, anche per lo spettatore, al miglior Aldomovar. Bentornato Pedro!!


Per i visitatori che cercano il testo del Tango Volver...lo trovate in inglese e castigliano..QUI..

 

 

 




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6 maggio 2006

Nefertari. La più bella delle donne.

Nefertari Merit-en-Mut. Il suo nome significa la più bella, la perfetta, ed è spesso seguito dall'epiteto amata da Mut. Si tratta di due riferimenti importanti, uno alla grande antenata, la regina Ahmes-Nefertari, e l'altro alla dea Mut, sposa di Amon, signore di Tebe.

Il tempio di Abu Simbel, l'enorme monumento eretto da Ramses II, testimonia in maniera inconfutabile e imperitura il grande amore e l'immenso rispetto che lo legarono a Nefertari, la prima Sposa Reale. Ramses ebbe otto consorti legittime ma lei rimase sempre la Regina. Nefertari ebbe sei figli. Il primogenito Amenhiruonmef morì in giovane età. I suoi fratelli minori si spensero tutti fra i 20 e i 30 anni.

Ramses onorò Nefertari in modo del tutto eccezionale. Nonostante che lui le sia sopravvissuto a lungo e che altre spose reali abbiano preso il suo posto, lei  rimane  la regina legata al regno di Ramses. Alcuni suoi titoli sottolineano il ruolo essenziale della Grande Sposa Reale. E' la  Sovrana del Doppio Paese.  Colei che governa l'Alto e il Basso Egitto.

I testi raccontano avesse un bel viso e una voce dolce. "La principessa, sovrana di grazia, dolce nell'amore. Colei la cui parola dà la pienezza.  Le sue parole fanno nascere la gioia sui visi, sentire la sua voce permette di vivere. È colei che possiede grazia e amore. Tutto ciò che chiede si realizza, ogni realtà si compie in funzione del suo desiderio di conoscenza. Portatrice di amore e di creazione".

Donna di grande fascino e bellezza ma non solo. Nefertari aveva carattere e una determinazione inconsueti per le donne del suo tempo. Nella società egizia erano certamente indipendenti, ma tenute lontane dalla politica e dalle decisioni di corte. Lei invece prese parte attiva alla lunga trattativa di pace con gli Ittiti, gli eterni nemici che insidiavano i confini dell'estesissimo Impero dei Faraoni in Asia Minore. E lo dicono senza ombra di dubbio i documenti dell'epoca giunti intatti sino a noi.

I suoi contatti epistolari e gli scambi di doni con la regina degli Ittiti  Piduhepa ebbero sicuramente influenza positiva sul processo di pace fra i  rispettivi popoli.  Così scrisse la Regina “Possano il dio Sole d'Egitto e il dio della Tempesta di Hatti portarti gioia. Il dio Sole faccia sì che la pace sia buona fratellanza al Gran Re di Hatti”.

La sua immagine appare, con quella del sovrano, nelle scene incise sulla facciata posteriore del tempio di Luxor. Una sua statua mirabilmente scolpita nel granito, fu collocata per ordine del Re nel cortile anteriore del tempio stesso. Il nome di Nefertari compare anche a Karnak. L’onore supremo le fu tributato nell'imponente tempio di Abu Simbel, la regina appare tanto quanto il suo regale consorte.  

Raccontano le cronache che è l'alba quando inizia la cerimonia. Il sole sorge lentamente dietro le colline orientali e valica il fiume. I raggi arrivano a illuminare la facciata del tempio e danno quasi l'illusione che le grandi statue che ne ornano la facciata prendano vita. Secondo la convinzione dei sacerdoti, è l'unione mistica con il disco solare. I raggi sfiorando la pietra inerte, dando per un attimo l'illusione dell'esistenza e fanno brillare i colori con incredibile splendore.

Sotto la luce che avanza, in successione si spalancano le porte del tempio, finché i raggi, penetrano per metri nella roccia, giungendo in fondo al sacrario. Illuminano la statua del Faraone e di Nefertari. La Regina avrebbe dovuto essere a fianco del marito per l'inaugurazione di Abu Simbel. Ma probabilmente non vi partecipò.  La leggenda vuole che sia morta ad Abu Simbel, proprio sulla soglia del tempio che avrebbe poi condiviso con il suo sposo per l'eternità. Aveva quarantacinque anni.  

Alla sua morte il  Faraone fece costruire nella Valle delle Regine il più straordinario dei monumenti funebri. Un capolavoro ineguagliabile affrescato dai migliori pittori dell’epoca. Significativi gli appellativi scritti in geroglifico che l’accompagnarono nel suo viaggio nell’aldilà trovati sulle pareti. La Grande moglie del Re. Signora delle due Terre. Amata da Mut. Colei che soddisfa gli Dei.

Si racconta che Ramses II, affranto, l'accompagnò, con il fasto che si confà a una regina del suo rango e della sua statura, all'ultima dimora. Quella stessa tomba che oggi, con immutato rispetto, tutti possiamo ammirare per inchinarci davanti alla bellezza e al potere della Grande Sposa Reale. L’ammirato omaggio, secondo le credenze antiche, andrà ad alimentare lo spirito di Nefertari, il suo Ka, in modo che la più grande delle regine d'Egitto possa vivere e regnare in eterno.

Otimaster. I Teppisti dei Sogni. Leggete QUI 




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29 aprile 2006

Cronache Magiare.

Impressioni personali su Budapest. Città assolutamente affascinante ma dal sottofondo umano silenzioso. Come tutte le città degli ex-paesi comunisti. Probabile retaggio della regola non scritta che imponeva il silenzio come garanzia di sopravvivenza.
Una città elegante, ma non dell’eleganza pacchiana data dalla ricchezza. Un’eleganza discreta e un po’ retrò. È ricca di edifici risalenti all’inizio ‘900 che si fanno guardare per le belle proporzioni, per l’eleganza discreta.  Come dicevano i politici prima della caduta del Muro “Troppo capitalista per essere socialista e troppo socialista per essere capitalista”.

Un paese sospeso tra oriente ed occidente caratterialmente ed architettonicamente. Il mercato coperto è un elegante edificio a due piani, una specie di bazar occidentale. L’interno è arioso in uno  stile vagamente Liberty. Dominata dagli ottomani per 150 anni, di quel periodo resta poco o nulla, per le distruzioni che seguirono alla liberazione. Ma se le testimonianze tangibili furono cancellate, qualcosa è comunque rimasto ed ha influenzato l’architettura e lo spirito degli abitanti.
Ne sono un esempio gli edifici  del Liberty ungherese del grande architetto Odon Lechner, che ne arricchì la città tra l’ottocento e il novecento.
Uno stile personale, un ibrido che mischiava sapientemente i diversi stili. Il Museo D’Arte Applicata è il suo capolavoro, dove ha saputo fondere il Liberty con elementi floreali di ispirazione islamica e persiana. Usando per la facciata ceramiche con motivi popolari.  Un insieme armonioso che si ritrova anche in altri due edifici,  come la Banca Nazionale e l’Istituto Geografico.

Divisa in due dal Danubio è una città dagli ampi viali e dall’impianto che si comprende al primo colpo d’occhio. Due città distinte, a sinistra l’elegante Buda collinare, a destra la più popolare Pest, pianeggiante. La visione d’insieme la si ha  dal Bastione dei Pescatori. Qui lo sguardo spazia a 360 gradi, offrendo quello che gli ungheresi chiamano “Panorama di Madame”.

Unite da sei ponti. Il più amato è il Ponte delle Catene, il primo che unì le due sponde. Ha a guardia due leoni, senza lingua, si dice per non rivelare i segreti che vi si raccontano. Poi il Ponte della Libertà, il primo chiodo lo infisse re Josef personalmente, gettonatissimo dai suicidi perché facilmente scalabile.

La linea 1 del metrò, primo costruito sul continente, conserva intatto il fascino dello stile epoque. Eleganti stazioni con le pareti piastrellate in bianco e bordeax, le porte e gli arredi in legno nello stile dell’epoca di costruzione.

Gli ungheresi hanno un forte senso dell’ironia, riescono a fare battute su tutto. Ironia ed autoironia come manifestazioni sia di opinioni personali sia collettive. Ironizzano su tutto, dall’economia che non è come si dice brillante, alla politica, che è il loro bersaglio preferito.

Il Parlamento è uno spettacolare, monumentale,  edificio in stile neogotico, con 365 guglie,  di cui vanno fieri ritenendo, a ragione, che nessun’altro possa competere per grandezza e bellezza. L’orgoglio è però stemperato dalla loro vis polemica e ironicamente si chiedono se  385 deputati non siano troppi per un parlamento che non legifera e non produce.

Ironizzano anche sui 12 milioni di euro spesi per la ristrutturazione del Palazzo Presidenziale. Forse il denaro pubblico può essere speso senza particolari patemi. Lo spirito arguto non è mai venuto meno, neanche nel periodo più triste e oscuro degli anni ’50 sotto la dominazione staliniana.  Un momento storico in cui fare satira non era molto salutare.

Il Quartiere delle Rose, uno tra i più caratteristici ed eleganti, era stato ironicamente battezzato “Quartiere del Partito” negli anni ’50 perché vi abitavano le alte sfere del comunismo. Ora che il partito non c’è più è residenza dei nuovi borghesi ridefinito dall’arguto spirito magiaro “Quartiere dei quattrini”.

Durante il duro regime comunista Budapest fu definita da un famoso giornalista tedesco “La città con due milioni di artisti”. In quegli anni era un mistero come riuscissero a conservare il loro spirito e star bene. Inventori straordinari che praticavano la vera “Arte di vivere”. Un’autodifesa dalla cruda realtà quotidiana che si esprime tuttora nella sensibilità romantica stemperata  di autoironia.  

In Andràssy Ut, nell’edificio che fu sede della feroce polizia segreta del regime ora c’è un museo che descrive gli orrori del comunismo. Gli ungheresi con maliziosa ironia raccontano che la polizia era talmente segreta che ancora oggi non si conoscono i nomi dei suoi componenti. Le statue rimosse dopo la fine del regime sono finite nel museo all’aperto della Dittatura Comunista, dove si possono acquistare oggetti dell’epoca. Il Comunismo ingloriosamente trasformato in gadget per turisti.

Budapest è una città sicura, che si può vivere tranquillamente anche di sera. Molti i punk coi loro cani, come a Berlino. Moltissimi i clochard che dormono nei parchi, nei sottopassi o nelle stazioni della metropolitana. Tranquille, silenziose figure , tristi e rassegnate. Il probabile prodotto, insieme alle ragazzine che aspettano i turisti nelle vie principali,  del crollo del socialismo reale. 

Per salvare il regolamento del Senato leggi e... firma QUI 




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